sabato 25 settembre 2010

I padri separati al "lavoro" per aggiornare la black list degli avvocati "contro" il vero condiviso

Le provocazioni dell´avvocatessa Costa. Spirito ipercritico, o desiderio di emulazione ?

Ha fatto scalpore, nei giorni scorsi, l'articolo di un'avvocatessa, Elisabetta Costa, pubblicato sulla "Prealpina" di Varese lo scorso 24 Settembre (vedi allegato a margine dell'articolo). Nel suo pregiatissimo intervento, la Costa si è spinta verso affermazioni che, ai più, sono sembrate deliberatamente provocatorie. A leggere quei contenuti un pò inopportuni sembrava quasi di sentire la voce della sua più nota collega, la Bernardini De Pace la quale, com'è noto, non perde occasione di "punzecchiare" i padri separati, da lei definiti "piagnoni e vittimisti". Anzi, l'avv. Costa l'ha persino superata, arrivando a scrivere che “non si può avere la parità di ruolo come genitori”.
Roba da segnalazione al Ministero Pari Opportunità, tanto è esagerata. Anche lì, dove in quanto a (dis)parità tra donne e uomini non scherzano, storcerebbero il muso, perchè l'art. 3 della nostra Costituzione esclude espressamente le discriminazioni basate sul sesso. E se le prassi dei Tribunali spesso ci dimostrano il contrario, è curioso che un avvocato come Elisabetta Costa non se lo ricordi. Ma tant'è, e a sua difesa è bene rammentare che l'esame di Diritto Costituzionale, nel corso di laurea in Giurisprudenza, si sostiene al primo anno, per cui l'avvocatessa, dopo tutto questo tempo, avrà lì per lì dimenticato i "piccoli dettagli" della nostra Carta.
Senza dissertare sulla gravità del gesto omicidio-suicidio di Brescia, da cui l'avv. Costa trae spunto per argomentare, ci sembra che venga frainteso completamente il “movente”, che naturalmente non è da giustificare, ma sicuramente da comprendere ed analizzare.
Sembra a molti, purtroppo, che il capro espiatorio di tutto e tutti sia la legge sull’affido condiviso. Innanzitutto sembra di rilevare una visione quanto meno parziale della problematica. Quando si disserta sull’intervento delle responsabilità della legge che ha creato “enormi malintesi”, ci troviamo a concordare con l’avv. Costa ma non riusciamo a condividere la sua posizione, in quanto è proprio la mancanza dell’applicazione dell’affido condiviso che crea tali disagi e, come nel caso di Brescia, veri e propri orrori.
Rifacendosi ai dati ISTAT 2003, prima dell’entrata in vigore della legge sull’affido condiviso, la panoramica era quella dell’affidamento esclusivo alla madre (83,9%), affidamento congiunto (11,9%), affidamento al padre (3,8%) nelle separazioni. Nei divorzi il panorama cambiava di poco affidamento al padre (5,7%), affidamento alla madre (83,8%), affidamento congiunto (9,8%).
Analizzando poi le tabelle EURISPES sembra di assistere ad una sorta di “tradizione popolare” della serie “Tribunale che vai usanza che trovi”, come ad esempio:
  Figli affidati nelle separazioni per tipo di affidamento in alcuni Tribunali anno 2002 Fonte EURISPES Rapporto Italia 2005 scheda 47
 
Al padre
Alla madre
Congiunto e/o alternato
Ad altri
Acqui Terme
3,9
47,4
48,7
0,0
Ivrea
7,4
73,8
18,8
0,0
Vercelli
8,4
84,2
6,9
0,5
Arezzo
2,7
60,5
35,9
0,9
Firenze
3,5
78,1
17,9
0,4
Grosseto
7,0
86,8
5,3
0,8
Bari
2,9
96,0
0,9
0,1
Foggia
4,2
81,7
13,3
0,9
Brindisi
6,8
74,2
18,3
0,6
 
Ecco come, partendo dall'origine, anche oggi il padre diventa “questo perfetto sconosciuto”.
L’affido condiviso non è il doppione della potestà genitoriale, ma è attenzione verso una potestà non più singola ma "dei genitori", o meglio, visto che si è genitori in due, il condiviso è "insieme"  - e non più "unione" - di madre e padre concentrati sul il benessere psico-fisico del minore.
Il padre non solo "può", ma "deve" fare il padre. L’essere genitori non è un optional da poter delegare.
Il riduzionismo che traspare dall’articolo dell'avv. Costa lascia esterrefatti, poiché chiunque lavora nel campo del diritto di famiglia sa perfettamente quali siano i problemi di una separazione. Non si parla di calzini o di scarpe da comprare, ma di diritti di vita, di condivisione di esperienze ed insegnamenti, di abbracci e di litigi. Si parla di valori e di passioni, che si mescolano nella relazione genitori-figli.
Quando ci si richiama al “pretendere l’affidamento condiviso”, si dice bene ! E' giusto pretendere di poter essere padre o madre. Si tratta di rivendicare un diritto/dovere che deriva dal concepimento, e che trova la sua estrinseca natura al momento della nascita del figlio.
E' possibile che, tra i genitori, ci sia chi è veramente interessato alla genitorialità, e chi no. Ma la stragrande maggioranza di coloro che sono interessati non avviano un’azione legale, se non altro perché il costo da pagare è alto sia in termini economici che psicologici con ripercussioni, purtroppo non di rado, anche lavorative.
Possibile che l’avv. Costa non si sia mai imbattuta in quel padre che si licenzia da lavoro per seguire la ex moglie che si è trasferita con colui/colei che definisce “suo/sua” (il figlio, la figlia)? O che non abbia mai incontrato un padre che ha dissipato patrimoni per pagare un precedente legale o un consulente? O ancora che non abbia mai saputo di un padre che ha ammesso di non riuscire più a lavorare come prima perché la sua vicenda personale interferisce con la sua attività professionale?
Strano. Ci sono tanti padri in questa situazione, ma sembra che l'avvocatessa non ne abbia mai visto uno in giro.
E poi l’articolo tira in ballo la doppia residenza. Se il piano del dialogo vuole essere scientifico, saremmo lieti di ricevere dall'avv. Costa le risultanze delle ricerche che dimostrano le sue conclusioni, atteso che, per lei, dare ai figli due "prime case" equivale a non dargliene neanche una. In Francia, dal 2002, esiste la possibilità di una doppia residenza. Dobbiamo quindi credere che tutti i minori francesi che dal 2002 al 2010 hanno avuto una doppia residenza siano affetti da disturbi psichici ? Sembra, a parere di chi scrive, un po’ assurdo ! Tali norme, infatti, rimandano proprio all’obiettivo di preservare la continuità della relazioni familiari… non a distruggerle.
Ma Elisabetta Costa si spinge un pò troppo oltre la semplice provocazione, allorquando scrive che “la norma sull’affido condiviso oggi dà ai padri una falsa rappresentazione: quella di poter avere qualcosa che non si può avere, la parità di ruolo come genitori, e anche quella di dover fare qualcosa che non si è obbligati  a fare, come dover essere presenti in ogni dettaglio della vita del figlio”. Se fosse vera tale affermazione, una domanda sorgerebbe spontanea: se il padre non ha diritto di stare nella vita del figlio, su che criterio lo può la madre ? 
E se poi, come afferma l'avvocatessa, “abbiamo forgiato una classe di mammi e, simultaneamente, abbiamo perso i padri”, sembra quasi che l'autrice dell'articolo provi nostalgia per una categoria di padri che non esiste più, ma che a lei piaceva tantissimo.

Fonte: Sara Pezzuolo - V. Vezzetti. La foto dell avv. Costa è tratta dal suo sito www.avvocatocosta.it

Scarica copia statica articolo La Prealpina del 24/09/2010

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