sabato 25 settembre 2010

Onu, sulla pena di morte l'Iran critica Washington ma impicca gli oppositori

A parole Mahmoud Ahmadinejad è un campione. Un maestro del bluff capace di commuoversi per l’esecuzione di Teresa Lewis, ma d’ignorare il processo che a Teheran minaccia di condurre al patibolo un blogger accusato di simpatie per Israele. Senza parlare degli almeno 13 condannati già pronti per il cappio. Ma incominciamo dal sermone all’Assemblea generale dell’Onu, quello con cui il presidente fa capire che il vero artefice dell’11 settembre non è Osama Bin Laden, bensì il malvagio Grande Satana statunitense. Il giochino è semplice. Il presidente cita innanzitutto le teorie complottiste secondo cui «segmenti del governo americano orchestrarono l’attacco per rimettere in riga un’economia in declino, tenere in pugno il Medio Oriente e salvare il regime sionista» .
Dopo dichiara che «la maggioranza dei politici e dell’opinione pubblica americana e straniera concordano con questo punto di vista». In due battute la patacca è servita. Non è vero un accidente, ma poco importa. Anche perché i nemici di Washington e Israele sono già pronti a ripetere come oro colato le sue parole.
Il vero colpo da maestro è però un altro. Il presidente iraniano lo mette a segno liquidando come una montatura occidentale la condanna a morte di Sakineh Mohammadi Ashtiani e subito dopo rinfacciando all’America e all’Occidente l’indifferenza per l’esecuzione della disabile Teresa Lewis. Qui il giochetto si fa più raffinato. E spudorato. Per capirlo basta rileggere i commenti di quanti - anche da noi – prendono per buone le sue parole e derubricano la condanna alla lapidazione di Sakineh come un’invenzione dei mass media occidentali. Per rivedere quella condanna le autorità iraniane hanno dovuto emettere almeno due comunicati ufficiali, uno in cui si annunciava la sostituzione della lapidazione con quella dell’impiccagione e un altro con cui si definiva sospesa la sentenza. Ma Ahmadinejad li dimentica senza il minimo scrupolo.
La disinformazione diventa ancor più evidente non appena si abbandona il sipario delle parole e ci si addentra nel tortuoso e buio braccio della morte dove i condannati iraniani aspettano il patibolo. In quell’antro oscuro dove la speranza è utopia attendono almeno 13 persone. La condannata più vicina all’attimo fatale è Zahra Bahrami, una dissidente con doppio passaporto iraniano e olandese arrestata dopo le manifestazioni del dicembre 2009 e condannata alla pena capitale dopo un breve processo indiziario. L’imputazione è quella di essere militante dei Mujaheddin del popolo, gruppo terroristico protagonista della Rivoluzione del 1979 trasformatosi in un implacabile nemico del regime.
La vicenda più surreale - vista la stretta concomitanza temporale con il sermone del presidente iraniano a favore di Lewis - è però il processo a carico di Hossein Derakhshan, padre di tutti i blogger iraniani. Nelle stesse ore in cui Ahmadinejad sfrutta la platea di New York per sparare a zero contro la pena capitale americana a Teheran, un procuratore di stato chiede la condanna a morte per Derakhshan accusandolo di essere una spia israeliana.
La vicenda di Derakhshan, meglio conosciuto dai blogger iraniani come Horat, sarebbe ridicola se non fosse tragica. Figlio di una ricca e influente famiglia, Hossein nel 2006 lascia l’Iran e si trasferisce in Canada dove i suoi hanno la residenza. Da lì sfrutta il passaporto rilasciatogli da Ottawa per far visita a Israele ed inneggiare dalle pagine del suo sito all’amicizia tra i due popoli. Così quando nel 2008 si ripresenta a Teheran finisce in carcere con l’accusa di spionaggio a favore della nazione che il suo presidente sogna di cancellare dalla carta geografica. La richiesta di pena di morte non è motivata da alcuna prova concreta. Per accusare il blogger bastano la sua ingenuità e la sua voglia di celebrità. E così mentre Ahmadinejad invita a occuparsi dei boia americani, Derakhshan si ritrova in compagnia degli oltre 60 fra oppositori, trafficanti di droga o semplici sprovveduti come lui su cui pende la spada di Damocle della pena capitale. Una pena contro la quale non esiste talvolta possibilità d’appello e comminata - come nel caso Sakineh - sfruttando false confessioni strappate con la tortura.

[Fonte ilgiornale.it]

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