domenica 3 ottobre 2010

L´Aquila. Due figlie sottratte e una "strana" richiesta di affido e adozione

Per raccontare questa storia, nulla di meglio che riportare fedelmente la lunga lettera aperta della madre. "La vicenda che ha coinvolto le mie due creature, Marianna e Simona Scialdone, ha avuto inizio improvvisamente nel 1998. Interventi dei servizi sociali, iniziative giudiziarie, una incredibile serie di provvedimenti e infine quando sembrava che tutto volesse finire, nel 2003, e le mie figlie stavano tornando a casa, (come ci avevano assicurato alcune assistenti sociali, dopo un percorso seguito diligentemente da me e dal padre), improvvisamente e senza alcun preavviso, le mie figlie furono affidate a una coppia di coniugi ricchi e potenti residenti a San Benedetto del Tronto, i quali avevano fatto richiesta di affido e adozione proprio di “due sorelline”.

Non si è mai capito e nessuno ha mai spiegato perché le bambine non dovevano tornare a casa, perché dovevano andare a vivere presso quelle due persone sconosciute, perché non veniva rispettato quanto già relazionato dai servizi sociali che ci avevano seguito fino ad allora e ci avevano assicurato di poter riavere le figlie.
Una delle assistenti sociali, sorpresa per il cambiamento avvenuto nel provvedimento del giudice, infastidita dal fatto che la sua relazione scritta a nostro favore non era stata rispettata, incuriosita anche dal fatto che questa coppia era venuta fuori dal nulla per prendersi Marianna e Simona, volle fare delle indagini e si adoperò per prendere informazioni sulla coppia. Fu gentile a farmi rapporto e mi disse: “State attenti, la signora non riesce ad avere figli suoi, ha già avuto qualche aborto, hanno i soldi e hanno chiesto due sorelline da adottare !”. 

Appena Marianna e Simona entrarono in quella casa, la signora “…” le costrinse a chiamarla “mamma”. Le mie figlie si opponevano, piangevano, non volevano ubbidire. Ricordo il pianto e la rabbia di Simona che le rispondeva “No, io la mamma già ce l’ho”. 

E così, ebbe inizio una continua lotta per vederle, la donna si inventava sempre nuove scuse per non permetterci di incontrare le nostre figlie, finché arrivò un nuovo provvedimento che ci proibiva di vederle. Non si è mai saputo perché, per quale ragione le nostre figlie dovevano essere affidate alla coppia di coniugi ricchi e non potevano ritornare dalla loro mamma. 

Il 12 maggio 2004 è stato l’ultimo giorno che ho visto le mie creature. Ricordo lo sguardo triste che mi hanno rivolto quando le ho abbracciate per salutarle per l’ultima volta: le piccole già sapevano, già “alcuni” avevano detto alle mie figlie che non potevano tornare a casa. Rivedo la scena straziante di loro due che si voltano e mi guardano con gli occhi imploranti. 

E così è iniziata la parte più dura e dolorosa del mio calvario. Gli incontri con gli avvocati, le lettere ai giudici, le preghiere per avere almeno il permesso di sentirle al telefono, di avere notizie di loro, di poter far avere loro un regalo ogni tanto. Tutto mi è stato negato. Non dovevo fare più nulla per loro, né comprare un gioco, né comprare un vestito, né avere notizie sulla loro salute, perché quella donna pretendeva di diventare la loro mamma e non accettava che io potessi ancora pensare alle mie figlie. Voleva cambiarle, voleva che Marianna e Simona diventassero le bambole con cui giocare: subito dopo che le hanno portate in casa sua, senza dirmi niente e senza che loro volessero, lei ha fatto tagliare i capelli a tutte e due. Quando le vidi con i capelli corti, le guardai sorpresa e loro, dispiaciute per me, povere piccole mi dissero: “mamma, è stata “…” che ha voluto tagliarci i capelli”, come per scusarsi del loro cambiamento. 

Da quel giorno “la signora …” si è impadronita delle mie figlie, le ha plagiate, ha fatto credere loro che la vera mamma non le cercava più, ha preteso e insistito che Marianna e Simona la chiamassero “mamma” contro la loro volontà. Già nei primi tempi che le erano state concesse in affido, “…” si infastidiva se le bambine avevano un pensiero gentile per me e quando tornavano nella sua casa, dopo l’incontro con noi genitori, lei si faceva trovare piangente, si mostrava dispiaciuta ai loro occhi per farle sentire in colpa, per provocare sentimenti di pena nei suoi confronti.
Questo è quanto Marianna e Simona mi raccontavano quando riuscivo a rivederle nei nostri incontri. Le mie figlie sono state usate per accontentare una “povera donna egoista” che tentava invano di avere figli propri; sono servite per rendere felice la coppia di coniugi ricchi e potenti che avevano ordinato e preteso le “due sorelle” ai servizi sociali di … ; hanno subito il lavaggio del cervello affinché diventassero “le figlie” della coppia, hanno subito nella loro psiche una sottile e rischiosa manovra che pian piano, sin dalla fine del 2003, le ha portate a “dimenticare” la famiglia d’origine, costrette inconsciamente a tagliare qualunque legame con i genitori, il fratello maggiore, i nonni materni e paterni. Intanto viviamo con una grande pena nel cuore, perché sappiamo che Marianna e Simona, non conoscendo la verità, continuano a credere che non le abbiamo volute, non le abbiamo cercate, che le abbiamo abbandonate. 

Io giuro, e le mie figlie devono saperlo che la legge cieca e assurda, i maledetti provvedimenti del giudice, le falsità dei servizi sociali compiacenti, in accordo con la coppia che ha preteso e fatto di tutto per avere in affido proprio loro “due sorelle”, mi hanno proibito fin dal 12 Maggio 2004 di avvicinarmi a loro. Marianna e Simona Scialdone hanno il diritto di conoscere la verità sulla tragedia che le ha coinvolte. Prego Dio che loro possano rendersi conto che dal mese di Maggio dell’anno 2004 la mamma sta lottando per loro e per avere giustizia ad ogni costo. E sto lottando anche contro il tempo, perché temo che le mie figlie possano essere adottate da un giorno all’altro, costrette a loro insaputa e senza che se ne rendano conto a cambiare il loro cognome.
Purtroppo il Tribunale per i Minorenni di … ha già dichiarato l’adottabilità delle mie figlie. Né io madre, né il padre siamo stati chiamati per essere ascoltati sull’adozione, come se del padre e della madre si volesse negare l’esistenza, ma “stranamente” mio figlio maggiore è stato ascoltato perché vorrebbero concludere con la richiesta di adozione avanzata dalla coppia di coniugi che insistono per adottarle. “Stranamente”, è stato detto a mio figlio che le sorelle Marianna e Simona stanno bene dove stanno e “la cosa più importante è che avranno una eredità”. Mio figlio ha risposto che le sorelle non hanno bisogno dell’eredità di quelle persone.

Il 25 ottobre 2008 ho presentato denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di L’Aquila contro coloro che reputo responsabili:
1) contro la coppia che ha ottenuto le mie figlie come se fossero merce per …,
2) contro una serie di assistenti sociali che hanno prodotto false relazioni sullo stato di affidabilità prima e adottabilità dopo delle mie figlie,
3) contro gli specialisti che hanno prodotto relazioni compiacenti,
4) contro i magistrati che forse hanno preferito non vedere il marcio nel loro ambiente e hanno emesso l’assurda sentenza che ha permesso che le mie creature mi fossero rubate.
Da oltre un anno la Procura della Repubblica presso il Tribunale di L’Aquila ha in esame la mia denuncia, la mia memoria e le mie richieste. Solo da pochi mesi sono stata invitata ad esporre la mia causa in Procura a L’Aquila, sono stata ascoltata e ora sono in attesa che il Procuratore Capo di L’Aquila, dopo aver esaminato gli atti che finalmente il Tribunale per i Minorenni di … gli ha consegnato, si pronunci per incriminare e processare i responsabili dell’assurda irragionevole ingiustizia che mi ha strappato le figlie per consegnarle quasi come “pacco postale” nella casa dei signori che ne avevano fatto richiesta. 

Ora tutte le mie speranze sono riposte nelle mani del Procuratore Capo della Procura presso il Tribunale di L’Aquila. Sarà lui a decidere se fermare il Tribunale per i Minorenni ed aprire un capitolo nuovo per ridarmi le mie figlie e la mia vita. Intanto vivo ogni giorno in trepida attesa di una buona notizia da parte della PROCURA di L’AQUILA e nella speranza che mi sia ridata la gioia di abbracciare finalmente le mie figlie, mi si dia la possibilità di incontrarle e parlare con loro, per rassicurarle che nessuno della famiglia le ha mai abbandonate. Solo così Marianna e Simona sapranno la verità, potranno finalmente capire che quella donna che ha preteso di essere chiamata “mamma”, che ha carpito egoisticamente con l’inganno la loro fiducia, che ha approfittato del fatto che loro erano piccole e dovevano per forza soccombere agli eventi programmati con astuzia".

Fonte: milanokatia.com

1 commento:

  1. scusate,ma come può succedere tt qst?se una famiglia sta a casa sua ,cresce bene i figli ,li cura con amore e affetto...come fa a muoversi tt un giro di tribunale e assistenti sociali!!!cmq se qst storia è vera...le auguro buona fortuna e la galera x qst giudici magistrati e assistenti sociali corrotti e abominevoli!!!!!!!!!!!!

    RispondiElimina