sabato 16 ottobre 2010

Prigioniera del «branco» Ragazza violentata per 8 ore da tre rumeni

di Massimo Brancati

PALAZZO SAN GERVASIO - L’hanno aspettata a pochi metri dalla sua abitazione. Un vero e proprio agguato per trascinarla in un appartamento dove l’hanno segregata e violentata.

Stupro di gruppo a Palazzo San Gervasio, con il branco che ha preso di mira una ragazza di vent’anni. Il fatto è accaduto lunedì scorso ma è stato reso noto soltanto ieri dai carabinieri della compagnia di Venosa a cui si è rivolta la madre della vittima. I militari sono riusciti a risalire ai violentatori. Si tratta di tre rumeni, tutti arrestati, di età compresa tra i 19 e i 25 anni: Catalin Tanasa, proprietario della casa dove è stato consumato lo stupro, Florin Tanasa e Adrian Tudose. L’incubo per la povera ragazza è cominciato intorno alle 16.30 quando, uscendo dalla propria abitazione, è stata avvicinata da uno dei tre rumeni, con il quale ha una conoscenza superficiale. Di lì a poco arrivano gli altri due immigrati che costringono la giovane a entrare nell’alloggio di Catalin. Qui viene ripetutamente violentata. Ore di angoscia, di dolore, di rabbia.

Alla fine la «preda» viene liberata intorno all’1.30 di notte. La corsa a casa con pochi vestiti addosso, pianto a dirotto e un evidente stato di choc: così la ragazza si presenta alla madre che la porta all’ospedale di Canosa di Puglia subito dopo aver avvertito i carabinieri telefonando al 112. Il capitano Enrico Galloro, comandante della copmagnia, dispone immediatamente un’attività d’indagine individuando in poco tempo l’abitazione dello stupro. Qui irrompono i militari che trovano solo uno dei tre balordi. Senza mutande. Lui non spiccica una parola, ma i carabinieri riescono ugualmente a rintracciare gli altri due rumeni. Nel frattempo la perquisizione all’interno della casa produce risultati: vengono trovati gli indumenti della ragazza, coperte e lenzuola sporche di sangue, oltre a una quantità considerevole di Dvd pornografici.

Il passo successivo delle indagini è il racconto della vittima, raggiunta dai militari nell’ospedale di Canosa. Abbandonandosi a crisi di pianto, la ragazza è entrata nei particolari dell’accaduto, ricostruendo un incubo durato più di otto ore. Otto ore di violenze che le hanno sfregiato il corpo e l’anima. Segni che vanno oltre a quelli riscontrati dai medici dell’ospedale pugliese (escoriazioni agli arti superiori, al dorso e nelle parti intime) e che rischiano di incancrenirsi nella memoria della ragazza.

I tre rumeni sono stati dichiarati in stato di fermo di indiziato di delitto e accompagnati nella casa circondariale di Melfi. La giustizia farà il suo corso. Non è una vendetta. E il carcere dovrebbe avere una funzione riabilitativa più che punitiva: ma se le condanne per stupro fossero di venti anni invece che di massimo cinque come si usa al momento in Italia, non solo lo stupratore avrebbe l’occasione di svolgere un serio percorso psicologico riabilitativo, senza contare l’eventuale effetto deterrente preventivo all’aggressione, ma anche le donne che sporgono denuncia sarebbero più tutelate da ritorsioni una volta che il loro aguzzino, scontata per intero la pena, sia tornato in libertà.

Per la vittima di Palazzo quello della punizione dei suoi tre violentatori è solo un tassello del mosaico. Che si prospetta piuttosto complesso. La ragazza dovrà convivere con il ricordo per molto tempo. Forse per sempre. Sarà solo un buon appoggio psicologico a consentirle di superare il dramma.

Intanto il paese è sottoposto a un forte stress emotivo. C’è tensione. E rabbia nei confronti degli immigrati, dei rumeni in particolare. Il pericolo che si possa generalizzare e che si colpevolizzi un intero popolo è sempre dietro l’angolo. Soprattutto quando le spinte xenofobe covano sotto la cenere.


[Fonte lagazzettadelmezzogiorno.it]

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