venerdì 8 ottobre 2010

Storia di ordinario impoverimento indotto dal solito giudice con ottima busta-paga e scarsa sensibilità. Affido condiviso a Varese "fa rima" con poverta'

Storia di ordinario impoverimento indotto dal solito giudice con ottima busta-paga e scarsa sensibilità. Il signor P.C. si separa, e in occasione del primo provvedimento provvisorio emesso dal tribunale civile di Varese, dopo la richiesta di separazione giudiziale con addebito inoltrata dalla moglie, ottiene il solito falso condiviso:
1 - può vedere le figlie 10 ore alla settimana + week-end alternati + 15 gg durante le feste
2 - la moglie potrà vivere con le bambine in due case adiacenti (entrambi dichiarate separate a catasto), una di sua proprietà e una di proprietà del padre, che prima costituivano la casa famigliare ma in realtà erano due appartamenti assolutamente indipendenti, con impianti separati, ingressi separati, che per comodità erano stati uniti in fase di ristrutturazione attraverso una porta abusiva (non dichiarata a catasto)
3 - P.C. ritorna ad abitare nella stanzetta di quando era piccolo, a casa dei genitori
4 - percependo uno stipendio netto di circa 1500€ deve pagare il 50% del mutuo (530€), dare 500€ come mantenimento per le bimbe, dare 250€ come mantenimento alla moglie (che lavora) + circa 140€ mensili per le spese straordinarie (scolastico-ludiche-mediche), per un totale di circa 1400€.
A conti fatti, rimangono ben 100€ al mese per vivere con i quali, secondo il giudicante, viene attuato l’affidamento condiviso.
Ovviamente, la separazione giudiziale è stata fortemente voluta dalla moglie che, come motivi giustificativi l’addebito, ha attribuito non solo tutte le cause della distruzione del nostro rapporto, ma, “dato che c’era”, ha confezionato anche delle illazioni false su presunti "comportamenti morbosi" verso le piccole, rimaste irrimediabilmente traumatizzate. Nulla importa che, davanti al giudice, tutto era a posto.
La domanda che ci poniamo è: il giudicante ha letto almeno una riga della memoria difensiva ? Questo non lo sappiamo, ma pare che si sia limitato a chiedere a quanto ammontava il guadagno del convenuto e dove lui abitasse in quel momento, per poi deliberare una sentenza assolutamente iniqua, dove elementi come “continuativo” ed “equilibrato” non sono neanche lontanamente avvicinabili.
L'avvocato, e non solo lui, ma tutti gli avvocati a cui P.C. si era già rivolto anche in via informale, dicono la solita tiritera: "....lei non potrà mai avere le bambine al 50%, le cose vanno così", "Lei ha ragione, ma non si può far nulla".
I servizi sociali, dal canto loro, che hanno constatato la falsità delle accuse perpetrate dalla signora e che relazioneranno al tribunale le adeguate capacità educative del padre, parlano solo di "allargare i diritti di visita in quanto non ravvisano problemi o pregiudizi".
Allargare diritti di visita ? Ma P.C. non è un parente, uno zio che va a trovare le proprie bimbe per portarle allo zoo, sarebbe il papà....e avrebbe il diritto e il dovere di vivere, amare ed educare le sue figlie, non certo di poterle "visitare" di più.
Da questa vicenda (fotocopia di altre mille) ricaviamo la conclusione: tutti quei genitori (donne e uomini) che, senza nessuna colpa grave, si ritrovano a dover lottare per poter stare con i propri figli si devono anche difendere da un malcostume, perpetrato da tanti operatori senza morale, che vedono "business" anche nei sentimenti, e da coniugi che accusano l'altro di "molestie" verso i propri figli e che rimangono impuniti per questo, mentre la tua vita, il rapporto con i tuoi bambini lentamente si sgretola. 

[Fonte adiantum.it]

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