venerdì 7 gennaio 2011

Ohio, il doppio orrore in tribunale
In catene il bimbo che ha ucciso la madre

In divisa da detenuto davanti al giudice di Millersburg

Ha dieci anni e ha sparato alla donna dopo una lite. In camera aveva quattro fucili

Rimane la fotografia di due gambette, viste da dietro, tenute insieme da una catena per detenuti pericolosi e coperte da un paio di pantaloni abbondanti con due comunissime scarpe da tennis. Intorno, si intuisce appena un’austera aula di tribunale americana, quella di Millersburg, nell’Ohio, con gli scalini davanti allo scranno in legno su cui di solito, in tutti i film, siedono un giudice e una giuria popolare. Ma questo non è un film, e non si capisce quanto e se tremino, quelle gambette sedute su una sedia in metallo troppo larga, si sa soltanto che appartengono a un ragazzino di dieci anni (sarebbe anche lecito, per quell’età, dire «bambino»), che qualche giorno fa, domenica sera, in un paese del cuore rurale dell’Ohio, ha ucciso sua madre con un solo colpo di carabina in testa. Fatto sta che allo scandalo ineffabile di un bambino che uccide la propria mamma, come se non bastasse, si aggiunge l’indecenza, imposta dalla giustizia, di vederlo con le catene ai piedi. Orrore al quadrato.


Il ragazzino, che chiameremo A., ha confessato. Dopo aver sparato a sua madre Deborah McVay’s, di 46 anni, è andato da un vicino di casa e gli ha detto: «Chiamate la polizia, ho sparato a mia madre» . L’hanno trovata riversa e senza vita nel salotto di casa. Casa. Si fa per dire. Un garage trasformato in un appartamentino di tre locali, così dicono le cronache. In quel garage, con Deborah e con il suo assassino, vivevano altri due figli, Josh Mike, di 21 anni, e una quindicenne, il cui nome è debitamente tenuto all’oscuro come quello del suo fratello minore. Non c’è traccia di un padre, le cronache dicono che non si sa se Deborah McVay’s, che gestiva un centro di assistenza sanitaria e insegnava a bambini disabili, fosse sposata. Viene in mente un thriller del ’ 79, appena tradotto da Fazi, un capolavoro del misterioso Shane Stevens, Io ti troverò, che racconta una storia analoga, almeno in parte, per fortuna: la storia di Thomas Bishop, che a dieci anni uccide la madre, da cui subiva solo botte e violenze, scaraventandola dentro una stufa. Thomas diventerà un serial killer.





Il destino del nostro A. non lo possiamo sapere.
Si può intuire che quel romanzo molto amato da James Ellroy, che racconta l’America tra gli anni 50 e i 70, probabilmente potrebbe essere scritto pari pari oggi. Si sa invece, con certezza, che la carabina con cui A. ha ucciso sua madre gli è stata regalata dal nonno, oggi defunto: un’eredità pericolosa nelle mani di un decenne. Si sa poi che nella sua cameretta la polizia ha trovato sul letto l’arma del delitto e un fucile da caccia calibro 12 e, appesa a una parete, una rastrelliera con dentro altre due carabine calibro 22, come quella che ha ucciso la signora Deborah.

«Una donna molto affettuosa», l’ha definita il suo figlio maggiore. Occhi piccoli che galleggiano in un viso largo e pallido, un mezzo sorriso nelle labbra secche su un nasino infantile: così la vediamo nella foto-ritratto (non proprio rassicurante, a prima vista) pubblicata dal «Times», che ha dedicato una pagina intera al «bad boy» di Big Prairie, campagna «ondulata» tra Cleveland e Columbus. Ora, mentre l’avvocato difensore dice che «se il mio cliente ha sparato, non è detto che sia stato per uccidere» , agli inquirenti, che non escludono l’incidente fortuito, non resta che capire il motivo del delitto. Si parla, com’è ovvio, di una lite. Banalità. Deborah avrebbe chiesto a suo figlio di andare a raccogliere la legna da ardere, ma raccontata così, semplicemente, la reazione appare sproporzionata. Forse lo è, ma non è detto che tutto non sia nato da una banalità, come accade se la famiglia è una polveriera di odio, risentimenti e violenze. Chi lo sa.

Il procuratore Steve Knowling ha detto che nella sua lunga carriera non ha mai visto niente di simile e aggiunge che i cacciatori nella zona sono tanti. Tra questi, probabilmente, ci sono i nonni che prima di morire lasciano ai nipoti il loro vecchio fucile come segno d’affetto. Lo stesso procuratore definisce «altamente insolito» per un minorenne tenere in camera delle munizioni, ma aggiunge che «non è raro che bambini di quest’età vadano a caccia». Il copione vuole che, dopo delitti familiari di questo genere, parlino i vicini. In questo caso a parlare è stato un certo Ron Martin, che ricorda quando il piccolo andava a nuotare nella sua piscina: «Non era un ragazzo cattivo. So che aveva dei problemi a scuola, ma niente avrebbe potuto farmi immaginare che sarebbe arrivato a tanto» . I problemi vennero fuori nel 2007, quando A. colpì il direttore della sua scuola (elementare) con una paletta. Il trasferimento in un istituto per bambini con problemi di comportamento, a quanto pare, non è servito a molto.

[Fonte http://www.corriere.it/cronache/11_gennaio_07/millesburg-bambino-uccide-madre-processo-in-catene_5b9c88f0-1a33-11e0-91c1-00144f02aabc.shtml]

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