lunedì 7 febbraio 2011

La PAS come non la avete mai conosciuta. Parte I: la PAS nella Mitologia classica

A cura del Prof. Marco Casonato*.

Un bambino piange e si dispera perché non vuole andare a scuola: al momento di lasciare la casa inizia a gridare come se venisse portato al macello.

La disperazione è talmente straziante che la mamma o il papà rinuncia a portarlo a scuola e lo tiene a casa. Il genitore si trova di fronte ad una alternativa, o insiste che a scuola si deve andare oppure se si caratterizza per spunti paranoidi, o per qualche debilità psichica, comincia a pensare che forse a scuola succedono cose brutte come dice il bambino.


E’ corretta la condotta di tenere il bambino a casa ? Vi è senz’altro da dubitarne, infatti da che mondo e mondo i bambini preferiscono giocare che andare a scuola e fare i compiti: le cose brutte sono in effetti problemi di aritmetica da risolvere, temute correzioni dei “pensierini” scritti a casa, l’impossibilità di guardare cartoni alla TV o di mangiare merendine  ad libitum, voti o giudizi più o meno buoni su riassunti o esercizi.

Ogni scusa pertanto è buona per non fare i compiti, o per restare a giocare tranquilli. Ma sarebbe una barzelletta se schiere di  operatori sociali, magistrati minorili, professionisti del “giro” ed avvocati della famiglia ritenessero che se il bambino piange perché non vuole andare a scuola ciò sia una buona ragione per tenerlo a casa e se tutti questi operatori concertassero una strategia al fine di sabotare ogni tentativo di portare il bambino a scuola.

Come minimo i bambini resterebbero incapaci di fare di conto e di scrivere come effetto diretto, ma come effetto indiretto (deuteroapprendimento) imparerebbero delle modalità comportamentali che in futuro renderebbero difficile lavorare regolarmente, accettare gli obblighi della società, diventare capaci di sopportare il modesto stress delle interrogazioni o del tentativo di risolvere problemi con la propria testa.

Qualcosa di molto simile da un punto di vista psichiatrico accade quando un genitore affetto da un disturbo di personalità e/o da una qualche forma di debilità mentale non è capace di tranquillizzare il figlio che fa le bizze al momento di interrompere la visione dei cartoni preferiti o di un gioco tanto amato per recarsi dall’altro genitore da cui il primo è divorziato.

L’incapacità collusiva, oppure l’attività intenzionale, del genitore che non riesce a gestire correttamente la separazione dal bambino se diviene un pattern stabile e se si presentano alcuni altri tipici fattori collaterali genera quella che è stata chiamata Sindrome di alienazione parentale (PAS).
Rinvio la descrizione clinica all'articolo che troverete qui, nell'Area Scientifica, e faccio un passo indietro nel tempo, nella Storia, dove trovo moltissimi riferimenti di notevole interesse.


La PAS nell’antichità
Ad una ricognizione storica il fenomeno della PAS risulta conosciuto sin dall’antichità classica nei suoi tratti fondamentali. La prima fonte antica è Euripide. Una peculiarità che distingue le tragedie euripidee da quelle degli altri due drammaturghi della Grecia classica è la maggiore attenzione che egli pone nella descrizione dei sentimenti, di cui analizza l'evoluzione col mutare degli eventi. La tragedia di Medea (Μήδεια) viene messa in scena da Euripide nel 431 a.c. durante l’agone tragico delle Grandi Dionisie in primavera ad Atene.

Per la prima volta nel teatro greco protagonista è la passione di una donna, una passione violenta e feroce che rende Medea una donna debole e forte allo stesso tempo. Forte perché è determinata ad essere padrona della sua vita, capace di controllarla e non si piega davanti a nessuno, debole perché questa caratteristica personologica l'ha resa sola incapace com’è di ricercare aiuto e consiglio, e dietro di sé ella nella sua corsa autoreferenziale ha distrutto via via tutti i suoi affetti. La tragedia si svolge a Corinto, dove Medea, già principessa della Colchide, e suo marito Giasone vivono tranquillamente con i loro due figli dopo la conclusione vittoriosa dell’impresa degli argonauti.

Medea è figlia di Asterodea una ninfa del Caucaso e di Eeta re della Colchide; ella è anche nipote della maga Circe, e come quest'ultima è dotata di poteri magici. Medea è una donna di straordinaria razionalità, bellezza e di estrema passionalità, caratterizzata da una nascosta indole selvaggia. Da qui il suo grande fascino. Il suo nome in greco significa "astuzie, scaltrezze", infatti la tradizione la descrive come una maga dotata di poteri divini. Quando l’eroe Giasone arriva nella Colchide insieme agli Argonauti durante la sua avventura alla ricerca del Vello d’Oro, Medea se ne innamora perdutamente.

Ella strumentalmente pur di legarlo a sé ne diviene la complice e per aiutarlo a raggiungere il suo scopo quasi fondendosi con i suoi scopi giunge ad uccidere il proprio fratello e a tradire il padre. Lasciandosi dietro le rovine del regno natio Medea si imbarca sulla nave Argo insieme a Giasone, divenuto suo sposo, dimenticando apparentemente le sue origini e divenendo un tutt’uno con lo sposo. Gli Argonauti trionfanti tornano a Corinto recando il Vello d’oro e Medea ne condivide il trionfo insieme a Giasone.

Ma col passare del tempo risulterà vieppiù evidente che Medea non si integrerà mai nella nuova patria, rimanendo una straniera e conservando segretamente le abitudini del suo selvaggio paese di origine. Giasone col tempo diverrà insofferente della moglie-maga: “Basta con quegli intrugli di erbe e con quelle pozioni soporifere, smettila di invocare la luna e disturbare i morti, tutte queste cose, qui le odiano e anch’io, si, anch’io le detesto!

Non siamo nella Colchide, ma in Grecia, fra creature umane, non mostruose”. Pian piano nella coppia si apre uno iato sempre più profondo e cresce una incomprensione tale da far persino dubitare della fusione passata di scopi e passioni. Inoltre la vita va avanti creando nuove occasioni per approfondire lo iato ingravescente che separa i due coniugi che non si capiscono e non si accettano più dopo l’idillio iniziale.


All’ebbrezza dell’avventura del Vello d’oro fa seguito un tran tran quotidiano sempre meno sopportato dai coniugi: ognuno per ragioni diverse. Sembra quasi che le condizioni della grande passione amorosa iniziale siano evaporate e che quella breve stagione sia dimenticata e divenuta oramai quasi incomprensibile agli straniti protagonisti. Creonte re della città di Corinto, vuole dare sua figlia in sposa all’eroe Giasone, dando così a quest'ultimo la possibilità di succedergli al trono. Giasone seguendo la sua smisurata ambizione accetta, ripudiando Medea.

L’offesa è devastante, Medea si dispera, implora Giasone, ma questi resta indifferente. Grande è la disperazione di Medea cui fa seguito un freddo rancore. Infatti, constatata l'indifferenza di Giasone, Medea medita una tremenda vendetta ed inizia a pianificarne le mosse.

Medea ha un fortissimo orgoglio, che le impedisce di chiedere aiuto, di ascoltare i consigli o anche solo di sottomettersi alla volontà altrui accettando dei dati di fatto sia pur sgradevoli. Così, fingendosi rassegnata agli eventi, Medea invia in dono un mantello alla sposa di Giasone, la giovane Creusa, la quale, non sapendo che il dono è intriso di veleno, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti. Il padre di lei, Creonte, corso in aiuto, tocca anch'egli il mantello morendo di lì a poco orribilmente.

La vendetta di Medea è ancor più terribile. Infatti i figli diventano l’oggetto più adatto a perpetrare la vendetta contro l’uomo che l’ha tradita, poiché tramite i figli si colpisce Giasone come padre, lo si priva del patrimonio fondamentale per l’uomo dell’antichità, la propria stirpe.

Medea per assicurarsi che Giasone non abbia discendenza, uccide i propri figli portando così Giasone, annullato completamente nella sua dimensione di uomo antico, al suicidio, poi ella fugge trionfante sul carro del sole lasciando dietro di sé solo rovine e dolore.

Il figlicidio come estrema alienazione permette di cogliere meglio la natura intrinsecamente distruttiva e la intrinseca nocività per la prole delle forme comuni ed anche “moderate” di alienazione parentale che pur non coinvolgendo l’uccisione del bambino, comprendono comunque seri danni alla salute presente e futura dello stesso.

Dopo quasi 500 anni il tema tragico della vendetta della donna-maga (in termini contemporanei borderline, paranoide, narcisista) che si sente tradita nei propri sogni ed ambizioni è sempre attuale e sentito, tanto che in epoca romana Seneca riterrà il tema meritevole della sua attenzione.

Nella nuova versione di Seneca rappresentata a Roma fra il 61 e il 62 d.c. Medea in modi ancor più efferati inizialmente uccide uno solo dei due figli per ammazzare il secondo direttamente davanti agli occhi del padre: emerge in questa rappresentazione anche la tematica abortiva. Medea afferma “se qualche creatura si nascondesse ancora nel mio grembo, mi frugherò le viscere e la estrarrò col ferro” .

Infine Medea anche in questa versione fugge “trionfante” a bordo del carro del Sole (è la condotta rubricata da Kernberg come “trionfo narcisistico”) lasciando dietro di sè solo dolore e macerie morali. Medea, giunta ad Atene, dopo un nuovo matrimonio ed altre ripetitive complicate e distruttive peripezie sentimentali tornerà nella natìa Colchide, dove si ricongiungerà e si riappacificherà con il padre Eete rientrando pienamente nella sua natura originaria di maga di un paese selvaggio da cui si era solo temporaneamente allontanata durante la sua corsa avventurosa segnata da matrimoni con eroi e principi e da una scia di dolore e devastazione affettiva.
 
NELLA PROSSIMA PUNTATA "La PAS da Napoleone alle suffragette"
 
* Il Prof. Marco Casonato è docente presso L'Università Milano-Bicocca

Fonte: adiantum.it

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